resmi al kafaji

Il punto di incontro

 

“Ogni essere grida in silenzio di venire letto diversamente”

Simone Weil

 

Resmi Al Kafaji racconta di come nel 2006, al rientro da un viaggio in Iraq (il secondo dopo un esilio trentennale, finito solo con la caduta del regime), il colore sia sparito dalla sua tavolozza per lasciare spazio a un’ampia tessitura di bianco e nero. Questo nuovo corso della sua pittura (e più in generale della sintesi delle sue visioni, che comprendono anche il video e l’installazione) mantiene a otto anni di distanza una stringente coerenza stilistica e concettuale. Nel naturale mutarsi delle opere – un mutare che passa attraverso la ripetizione del gesto dell’artista e si arricchisce ad ogni passo ripercorso di un’esplorazione tecnica o poetica in più – si delinea uno dei temi più importanti per tutta la ricerca di Resmi, che imbeve le sue diverse sperimentazioni ed emerge con fisionomie più o meno criptiche attraverso i suoi diversi percorsi. Questo tema è stretto intorno alla varietà delle possibili interpretazioni del mondo visibile: la non obiettività dei formati in cui la realtà viene tradotta dall’intelletto (creativo o speculativo) rende impossibile ogni comunicazione neutra, così attraverso le parole come attraverso le forme; pertanto la reale natura delle idee, delle persone, delle cose e dello spazio deve sempre essere rimessa in discussione, deve essere mantenuta in uno stato di dubbio rivisitabile.

Di tutto ciò Resmi Al Kafaji è consapevole in quanto uomo, con la sua storia di attivista politico e intellettuale forzatamente lontano dalla propria terra dove le definizioni della giustizia, della libertà, dell’equità del giudizio devono cedere oltre i confini del concetto astratto. E questa comprensione della irriducibilità del mondo in facili schemi si affina ancora di più perché Resmi è un artista, un autore che ha scelto di compiere nel proprio lavoro rinunce altrettanto corpose e radicali, e che come artista è dotato di sguardo vibrante e percezione sottile, capace di tradurre in forme poetiche tale dissidio.

Il passaggio in Europa ha implicato anche la lotta contro l’assunzione su di sé di quello stereotipo che l’occidentale conferisce todo modo allo straniero, attribuendogli una conformità all’idea che dei vari “esotismi” si deposita nell’immaginario greve e superficiale. Essere artisti in un paese straniero (e soprattutto esserlo nell’area di scaturigine della cultura globalizzante) impone sempre un esercizio di resistenza e di equilibrio per mantenere la propria autonomia nella visione, costeggiando e rigettando le poetiche e le estetiche della patria elettiva. Il bianco e il nero di Resmi, con la loro tensione biforcuta, verso il volume totale della loro pienezza acromatica da un lato, e dall’altro verso la possibilità di mediazione, di uno stemperamento degli opposti che li contenga entrambi, sono funzionali per la rappresentazione di questa complessità, dello sforzo continuo, del rischio che si accompagna alla ricerca di un punto di incontro.

Ogni passaggio di pennello contiene il successivo, così come ogni opera ne include altre che aprono la precedente e la moltiplicano sottraendola alla compiutezza. Questa consequenzialità necessaria descrive un altro tratto fondante dell’arte di Resmi: la volontà di mantenere una dimensione astratta, o almeno non conoscibile pianamente, perseguita anche attraverso la discesa nel dettaglio che spesso viene ritagliato da composizioni più ampie.

I soggetti ricorrenti, il cui profilo viene scelto per questa elaborazione, sono forme vegetali e animali sempre in qualche modo riconducibili a elementi archetipi della cultura islamica o di quella adottiva toscana. Tutti fanno parte di un immaginario assorbito dall’artista nel suo bilanciarsi tra due regioni culturali, tra la memoria e il presente, e ognuno di loro in qualche modo conduce a un riferimento autobiografico, un’impressione retinica, un ricordo, un simbolo in cui si incontrano la storia tormentata dell’Iraq e le vicende dei suoi abitanti, resistenti, profughi, esuli, oppure il paesaggio toscano, la tradizione iconica italiana, la sua predilezione per l’univocità del racconto. Pecore, bovini, cocomeri, cipressi, corpi di donna e paesaggi rupestri si sovrappongono nella creazione di composizioni ritmiche in cui niente viene celato ma, al tempo stesso, niente rimane su un piano puramente e semplicemente narrativo.

La ricorrenza della scrittura in caratteri arabi che sembra al primo sguardo una pennellata leggera complica ancora di più il sistema di riferimenti culturali di Resmi. E anche i lavori che dichiarano nel titolo o nelle intenzioni un omaggio ad artisti europei e iracheni, esplicitando in qualche modo una certa referenza geopolitica, sono l’esito di una trattazione quasi ermetica che richiede all’osservatore di entrare nella dialettica dell’opera, dove il senso ultimo non è mai scontato. Esattamente come succede con il video, l’ultimo lido su cui l’incessante desiderio di sperimentazione ha portato Resmi Al Kafaji. Qui la sua pittura sembra fluire nello svolgersi delle immagini, come se fosse un quadro che invece di presentarsi nella sua fissità continua ad accadere, mutando il punto di riferimento e ponendo a chi guarda nuovi interrogati. Come sempre fa l’arte.

 

Pietro Gaglianò

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